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POLITICA
Il capogruppo dell'Idv Donadi non è uno stronzo
5 luglio 2008
«Il commendator Bernasconi non è un ladro»: il titolo, apparso qualche anno fa su un quotidiano locale, è rimasto nella storia di quella città e un po’ anche in quella del giornalismo. Stava in testa a un articolo di cronaca che dava conto delle specchiate virtù di uno dei personaggi più in vista di quel piccolo mondo di provincia: un uomo perbene, lavoro e famiglia, chiesa e associazionismo, tante cariche pubbliche. Non sono vere, si leggeva, le voci su traffici, contrabbando, mazzette: tutte balle.

Senonché la mattina dopo il commendator Bernasconi tirò su il telefono e chiamò il direttore del quotidiano per sollevarlo di peso: razza di idioti, che cosa vi viene in mente? Nessuno - né un magistrato, né un giornale - aveva mai accusato lo stimatissimo cumenda di alcunché, e quel titolo aveva tutto il sapore della classica excusatio non petita. Da quel giorno in città cominciarono a girare le voci sugli affari non troppo onesti del commendator Bernasconi.

Non sappiamo se quel titolo fu l’autogol di un ingenuo che credeva di baciare la pantofola al potente di turno, oppure una coltellata nella schiena inflitta con sadismo e ipocrisia. Ma non c’è bisogno di avere studiato l’arte della propaganda dal dottor Goebbels per capire che se si vuole sputtanare qualcuno senza pagarne le conseguenze, e senza passare per killer, non c’è tecnica migliore che far finta di difenderlo.

A Mara Carfagna, in questi giorni e ieri in particolare, è stato applicato il trattamento del commendator Bernasconi: si è detto e si è scritto smettiamo di insultarla, merita la nostra solidarietà, è una vergogna che la stiano attaccando, non deve dimettersi.

Attacchi? E quali attacchi? E perché mai dovrebbe dimettersi? Così deve aver pensato il lettore, semplice uomo della strada che nulla sapeva delle voci sul conto del ministro per le Pari opportunità, e nulla avrebbe continuato a sapere se sui giornali non fossero fioccati gli appelli pro-Carfagna, i «basta con i veleni», le difese d’ufficio delle professioniste del «mi sento offesa come donna».

Fino all’altro ieri i pissi pissi bao bao su Mara Carfagna e le intercettazioni telefoniche erano roba che girava nei retrobottega della politica e in quegli ambienti mefitici che sono le redazioni dei giornali: sconcezze vere o asserite giravano da un politico a un giornalista e viceversa, ma restavano pur sempre tra pochi addetti ai lavori. I lettori sapevano - ammesso che siano davvero interessati - che c’erano, o almeno si diceva che c’erano, gossip scottanti, telefonate sconvenienti, roba di sesso insomma. Ma tra chi e chi?

Quelle intercettazioni non si sa neanche se esistono e in ogni caso, ammesso che esistano, e che qualche giornalista le abbia, non si possono pubblicare, o perlomeno non sta bene pubblicarle. E allora, come far sapere Urbi et Orbi che è proprio lei, la bella ministra, a essere chiacchierata? Come fare a rovinarla senza esibire neanche la sbobinatura di un brigadiere?

Ecco allora il lodo Bernasconi. Basta un qualsiasi Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori: «Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro, la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?». Ecco le prime paroline chiave. Monica Lewinsky: per quale pratica è diventata nota Monica Lewinsky? Seconda parola chiave: ministro. Chi sarà mai il ministro?

Ci pensano i giornalisti a completare l’opera. Uno, appena riportata la frase di Donadi, scrive: «Non fa il nome della Carfagna ma...». Un altro aspetta qualche riga in più e ci fa sapere: «La responsabile delle Pari opportunità, Mara Carfagna, taglia corto: non mi occupo di intercettazioni». Il passo successivo è la foglia di fico. Si raccolgono i pareri di una solidarietà trasversale. Politici e intellettuali di destra e sinistra si stracciano le vesti, «il paragone con la Lewinsky è una volgarità gratuita» dice una, «la colpa non è sua» dice un’altra, non deve dimettersi; «poveretta, qui si mesta nel fango», e intanto il fango finisce nel ventilatore.

Mara Carfagna non la conosco: mai vista né sentita. Se avesse fatto qualcosa di male, troverei giusto che venisse cacciata. Ma vorrei che le accuse fossero certe, serie, e soprattutto rivolte in modo leale. Non con l’artifizio peloso di un’ipocrita difesa della privacy. Pubblicate le intercettazioni, piuttosto. Mostrate la faccia, se davvero l’avete più pulita di quel lupanare della politica di cui si parla. E a Donadi, quello dei Valori, vorrei dedicare in chiusura questo bel titolo: «Il capogruppo Donadi non è uno stronzo».

Michele Brambilla per "Il Giornale"
POLITICA
Silvio ricattato e beffato
4 luglio 2008
All’indomani del “gran bidone” – come lo ha definito “Libero” – c’è grandissima delusione presso i simpatizzanti e gli elettori di Silvio Berlusconi. L’apparizione che il premier avrebbe dovuto fare ieri sera a “Matrix” era vista dal popolo del centrodestra come un’occasione di rivincita che arrivava dopo settimane di accuse piovute da ogni parte per via del dl sulla sicurezza e sul cosiddetto Lodo-bis. C’era oggettivamente tanta attesa, nessuno immaginava che il Cav. potesse permettersi di rinunciare ad una vetrina così importante in un momento decisivo per il suo governo, invece a metà pomeriggio l’annuncio: «il premier rinuncia».

Difficile immaginarne il vero motivo; certo la motivazione ufficiale non convince, quell’allusione al gossip che distrarrebbe dalle vere azioni del governo sa molto di scusa ufficiale. Personalmente le cose stanno così: c’è stato un classico do ut des. Io non pubblico le intercettazioni scabrose e tu non vai ad infangarci davanti a 10 milioni di persone. Un vero e proprio ricatto. Segno evidente che Berlusconi è tenuto clamorosamente sotto scacco dalla magistratura, ma anche che quest’ultima non deve avere la coscienza tanto pulita se teme che un’apparizione tv possa essere sufficiente per delegittimarli. Io, ragionando ovviamente da cittadino anonimo e senza responsabilità di governo, non avrei accettato il ricatto; sarei andato a “Matrix” forte del bulgaro (ma democratico) consenso popolare e soprattutto dell’appoggio del presidente Napolitano che aveva messo in riga i pettegoli del Csm. Poi, avessero pubblicato le intercettazioni, chi se ne frega. Non siamo bacchettoni all’inverosimile come negli Usa. Qui si sarebbero riempite per una settimana paginate di giornali e poi l’italiano avrebbe dimenticato o, addirittura, compatito, perché noi siamo fatti così come ha detto Rotondi.

E poi c’è la versione più standard che vedrebbe Gianni Letta abile persuasore che avrebbe elencato a Silvio tutti i “contro” che potevano manifestarsi in caso di apparizione tv e che questo sia bastato a far desistere il tenace premier. Fosse così, verrebbe da dire con la dovuta gentilezza che i modi light del sottosegretario hanno un po’ rotto le scatole; questa è una vera minaccia e andava presa di petto per ripagarli con la stessa moneta.

Comunque sia, queste sono solo supposizioni. L’unica cosa certa è che il premier è ricattato e non può governare con la dovuta serenità per colpa di un pompino (forse solo immaginario). Questa è l’Italia.

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permalink | inviato da oggi il 4/7/2008 alle 13:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
In mano a dei pazzi
2 luglio 2008
Pazzesco. Incredibile. Neanche nel disastrato Sudamerica. Il futuro nel neogoverno è già appeso un filo. Del telefono. Un’altra montagna di intercettazioni giacciono nei cassetti di qualche giornalista servo ricevuto da qualche magistrato serpe. Molto più pesanti di quelle su Saccà. In queste il Cav. Si lancerebbe in excursus a sfondo sessuale riguardanti anche due ministre, verosimilmente la Carfagna e la Prestigiacomo. Sembrerebbe.

Tutto ciò è assurdo. 14 anni di sconfitte, poi l’ultima – ancora più tonante – ad aprile. La sinistra non riesce più a liberarsi di Silvio Belrusconi. E, avendo esaurito i mezzi politicamente leciti, ora punta alla distruzione della persona, non del politico, della persona. Venissero pubblicate quelle fantomatiche intercettazione sarebbe un cataclisma. Tutto perché al nostro presidente piace la figa. Non si è uniformato alla massa neanche in questo; avesse avuto intrallazzi con qualche valletto gay sarebbe intoccabile. In questo caso, no. C’è la figa di mezzo. Guai. Per non parlare di un potenziale divorzio dalla moglie, inevitabile se i rumors fossero credibili, che lo porterebbe anche alla distruzione finanziaria.

Insomma, sarebbe un successo su tutta la linea per l’Armata Rossa che, con in testa i propri arieti Csm e Anm, sfonderebbe le porte del castello di Palazzo Chigi ottenendo lo scalpo della potente vittima (a cui piace la figa, non qualcos’altro). 14 anni di storia dittatoriale del nostro paese spazzati via dalle forze del bene.

Abbiamo, dopo due anni tragicomici, un governo solido e stabile che ha già espresso proposte serie e leggi efficaci, un governo (soprattutto) eletto dalla gente a stragrande maggioranza. Non ci sono altre alternative per annientarlo, il nostro Cav. cascamorto, se non un bel golpe. Questi sono gli organismi che tengono in scacco la democrazia italiana. La magistratura e il Csm. Andate a cagare.

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permalink | inviato da oggi il 2/7/2008 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
Forleo: si e no invertiti
27 luglio 2007
La vicenda Forleo-intercettazioni sta assumendo contorni grotteschi. Tralasciamo per pietà la posizione di Forza Italia che in nome di una non ben definita coerenza (che in politica non paga mai, l’esperienza dovrebbe insegnarlo) rinuncia ad assestare una bella mazzata alla coalizione di Prodi, nella melma dall’11 aprile dello scorso anno.

Parliamo invece di questa Forleo; e, non l’avrei mai detto, parliamone bene. Il suo iter verso la notorietà era iniziato in modo standard, portata su un piedistallo dalla sinistra estrema che l’aveva elevata a simbolo in seguito alla scarcerazione di 4 terroristi islamici, introducendo per la prima volta la distinzione tra “resistenti” e “terroristi”. Una sentenza scandalosa che mi fece visceralmente odiare il gip milanese, tanto che qui a sinistra nel dorso del blog compaiono ancora le due righe di disistima che le avevo dedicato. Un’inizio classico, da toga rossa a tutti gli effetti. Un fenomeno passeggero, pensai.

Mai avrei pensato che la signora in questione avesse pelo sullo stomaco e fegato tanto da commettere l’errore di sfiorare alcuni esponenti di sinistra. Si sa in che mani stia la magistratura italiana, e contravvenire alle direttive superiori è una macchia che non si lava in fretta. Ecco allora la Forleo new style: una meteorite da distruggere in fretta odiata dall’intero emiciclo. La campagna bipartisan contro di lei, esasperata dall’intervento fuori luogo del presidente Napolitano (comunista sì, ma mai ci aspettavamo che arrivasse a tanto), ricorda da vicino la terra bruciata creata dai politicanti italiani – Andreotti in testa – attorno a Falcone e Borsellino ai tempi del maxiprocesso. Quando qualcuno per sbaglio si infila in un pertugio che si immaginava invalicabile, la Casta accorre. E non tragga in inganno l’apparente tranquillità e buona fede dei Fassino e dei D’Alema. Avete sentito la motivazione addotta dai compagni che voteranno sì in Parlamento? Semplice, se votiamo no penseranno che abbiamo qualcosa da nascondere. Non certo perché siamo persone normali che non dovrebbero godere di alcuna immunità.

Si profila dunque un assurdo schieramento che porterà il centro-sinistra a votare sì (anche se vorrebbero votare no, perché la coscienza sporca ce l’hanno eccome), e parte del centro-destra a votare no (che dovrebbe invece votare sì, se non fosse per gli scheletri nell’armadio che ancora puzzano di cadavere). E, intanto, ad un altro giudice che dimostra di avere gli attributi – pochi per la verità – viene stroncata la carriera. Alè.

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permalink | inviato da oggi il 27/7/2007 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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